Caligola

Caligola soffriva di un delirio di onnipotenza accompagnato dal timore di perdere il potere.

“I sindacati sono oggi nel pieno di una profonda crisi di legittimità, che rischia di cancellare anche i loro meriti storici”. Così scriveva Stefano Livadiotti, nel libro “L’ altra casta. Privilegi. Carriere. Misfatti e fatturati da multinazionale. L’inchiesta sul sindacato” pubblicato tra il 2008 ed il 2009.

All’epoca della pubblicazione del libro, mi occupavo di comunicazione: ero l’addetta stampa del segretario generale confederale di una regione del nord. Livadotti rappresentava il mio ideale di giornalista: scriveva ciò che scopriva, indifferente alle conseguenze che potevano ricadere su di lui.

Lessi “L’altra casta” con estremo interesse e un po’ di diffidenza, chiedendomi come un redattore potesse comprendere e interpretare appieno gli intrecci, le sfaccettature e le tante articolazioni presenti nel complesso sistema sindacale.

Per certi versi il mio timore venne confermato.

Se da un lato l’inchiesta dimostrava che il sindacato storico – soggetto responsabile e capace di interpretare gli interessi generali – aveva lasciato il posto a una casta iperburocratizzata e autoreferenziale; dall’altro lato l’indagine tralasciava l’aspetto “privatistico” con cui veniva gestito l’apparato sindacale, ignorando il fenomeno che avrebbe finito per azzoppare la democrazia interna.

Un sistema analogo a quello politico, tipico dei giorni nostri, grazie al quale le autonomie periferiche (strutture regionali) condizionano e ricattano il vertice di Governo (segreteria generale nazionale).

L’indagine non raccontava di segretari regionali che gestivano la struttura in base alle proprie convinzioni politiche e talvolta anche ad interessi personali, né di categorie che costruivano centri di potere con le controparti, non  diceva delle centinaia di contratti precari sottoscritti stagionalmente con giovani operatori dei centri fiscali. Non spiegava che, oltre alla tessera, gli iscritti “volontariamente” pagavano i servizi che richiedevano, non approfondiva come venissero reclutati gli operatori ed i funzionari sindacali, né come venissero gestite le strutture “collaterali” dedicate alla formazione, ai consumatori, al patronato, agli stranieri, al CAF, e neppure menzionava la gestione contrattuale delle normative in materia di aspettative e distacchi, spesso utilizzate al di là dei limiti.

Ho avuto l’onore di apprendere, da grandi segretari generali e da validi interlocutori aziendali, tecniche di negoziazione, gestione organizzativa, analisi di sistema, senso di appartenenza ma ho avuto, purtroppo, anche l’occasione di lavorare con ammalati di megalomania, che ho visto  prendere appunti sulle scatole dei fiammiferi o che bruciavano il lavoro di giovani collaboratori, uomini  e donne per mantenere la propria posizione di potere…

Ho deciso di lasciare l’incarico di addetta stampa a seguito dell’insediamento di un segretario generale confederale regionale del quale non riuscivo a condividere né analisi né strategia né gestione. Recentemente, grazie all’incontro casuale con un ex collega di quegli anni, militante in  un’altra confederazione, ho appreso che, grazie alla costante opera di demolizione dei rapporti umani, perseguita nel corso dei suoi mandati, il segretario uscente è riuscito ad imporre democraticamente il proprio disegno che, almeno ad una prima analisi, appare più dettato da aspirazioni ed ambizioni familiari piuttosto che dalla condivisione con gli altri.

Mi auguro che quanto mi è stato fatto capire non corrisponda al vero, e cioè che, al prossimo Congresso (espressione massima di democrazia all’interno del sindacato) il figlio subentrerà al padre e sarà eletto nuovo segretario confederale generale regionale.

Auspico, per la credibilità dell’organizzazione per il rispetto di tutti gli iscritti e per quei rappresentanti e dirigenti sindacali che ancora ci credono, che si tratti di una notizia fasulla: non voglio pensare, nemmeno per un attimo, che quanto mi è stato anticipato corrisponda a realtà!

Ed infine, anche per sdrammatizzare, mi sia consentita una battuta: il segretario uscente vanta studi classici, non vorrei fosse stato infaustamente influenzato dall’esempio di Caligola, il quale pare volesse nominare il proprio cavallo, Incitatus, Senatore dell’Impero Romano.

Sarebbe, davvero, una infausta competizione, che umilierebbe tutti, a partire dal suo successore nella carica di Segretario Generale.

Fotografia: Caligola sul suo cavallo Incitatus (Fonte www.imperoroomano.com)